DAVID CASINI

 

19 Maggio - 21 Giugno 2019

 

 

 

Il qui è già l’altrove

 

Paesaggio rurale con albero, antenna mascherata da cipresso e ripetitori. Castiglion Ubertini, provincia di Arezzo: uno scampolo di campagna disordinatamente antropizzata, sempre visto e, allo stesso tempo, sottilmente straniante. 

Il paesaggio è sempre un’invenzione che scaturisce dall’incontro tra un luogo e uno sguardo che lo informa. Lo sguardo è quello di David Casini, che ripercorre il territorio della sua infanzia e della sua adolescenza. Castiglion Ubertini è l’opera che ha dato inizio a una serie dedicata alla Toscana: scatti fatti con il cellulare come appunti visivi legati al vissuto e all’abitudine che indugiano su scorci ordinari, comuni alla grande provincia italiana rurale e periurbana, ignorati dall’immaginario spettacolare e turistico da cartolina. Vedute straviste dal finestrino dell’auto lungo una provinciale o dalla finestra sul retro della casa, teatri della quotidianità in continuità con quel Viaggio in Italia di Ghirri, Guidi, Basilico, Castella e degli altri fotografi che hanno percorso l’anti-grand tour del paese Italia, trentacinque anni or sono.

Casini riscatta la mediocrità degli orizzonti familiari alla luce della memoria in un micromuseo personale in forma di reliquiario domestico racchiuso in una piccola teca – appena 25x20,5x20,5cm –, in cui l’immagine, montata su una sottilissima struttura di ottone – cifra riconoscibile che rimanda a geometrie di eredità modernista – è allestita in uno spazio sospeso che evoca la casa di un collezionista bolognese di cui l’intarsio ligneo del pavimento è la metonimica citazione. E sono proprio i dettagli a essere gli indizi di una narrazione destinata a restare ignota ai più ma che riesce a rendere l’ordinario straordinario: la veduta di Castiglion Ubertini è montata sul calco della custodia di una musicassetta, oggetto domestico di culto per i ragazzi coetanei dell’artista. La musica che dalle cuffie del walkman ossessivamente riproduceva le compilation fatte in casa con le registrazioni dei pezzi suonati ai concerti negli stadi o nei palchi di periferia è quasi una madeleine proustiana  che spalanca un’altra dimensione e trasforma il qui in altrove. Solo un pezzo, solo dai, per continuare a sognare: basta collegare il jack alla cassa e il viaggio ricomincia, ognuno il suo, nei paesi come nelle nei sobborghi urbani abbandonati all’entropia postindustriale. Solo un pezzo, solo dai, risuona anche a Varese dove il piccolo amplificatore – il titolo è il verso di una canzone del disco di esordio di Faust'O – è racchiuso in uno scrigno di cemento che riproduce in piccole dimensioni il suo gemello elefantiaco che campeggia in un anonimo parcheggio di Scandicci. Il monolite, archetipo dell’immaginario contemporaneo –  da “2001 Odissea nello spazio”, alla leggendaria copertina di Who’s Next degli Who, al mega amplificatore di “Ritorno al futuro”, e ancora il design razionalista dell’amplificatore Brionvega, – sembra essere atterrato dallo spazio remoto per spalancare le porte dell’immaginazione e all’improvvisazione: una chitarra o un microfono e, inaspettatamente, il qui è già l’altrove. 

 

Rossella Moratto