Luca Macauda

Shrill

dal 15 Dicembre al 16 Febbraio 2020

 

 

Paesaggio non è un dato materiale. 

È un’immagine che si fa se si sa, si vede se si vuole vedere. 

Ispira poesia e se ne nutre.

Giovanni Lindo Ferretti, Reduce

 

Luca Macauda racconta il paesaggio. Lo fa con il segno e il colore. Annota impressioni sedimentate nella memoria, evocate a distanza per rendere presente il suo personale giardino delle delizie – la Valle dell’Anàpo in Sicilia –, luogo d’elezione e, essendo siciliano d’origine, patria reale e ideale a cui tornare incessantemente con la mente e con il cuore. Di quel territorio, percorso ripetutamente a piedi in lunghe camminate nel calore dell’estate, l’artista non rappresenta scorci e vedute ma sensazioni, tradotte in colori e segni ossessivamente stratificati che dilatano lo spazio e il tempo nella dimensione inafferrabile della memoria che emerge alla luce dell’immaginazione. Passato e presente si mescolano in una pratica che è concreta e, parallelamente, introspettiva: il segno scava nell’intimità del sentire alla ricerca dell’emozione nel tentativo continuamente reiterato di far rivivere l’esperienza del luogo. Non c’è descrizione, ma sensazione viva, come guardare con gli occhi semichiusi, quando dalle palpebre filtra la luce del mezzogiorno, gli azzurri dell’acqua, il verde delle foglie, i viola delle ombre, i rossi della terra e delle rocce infuocate dal sole. Sinestesia pura: Macauda registra il calore afoso, il ritmo serrato del respiro, il frinire delle cicale che satura l’ambiente al punto da diventare presenza solida e fondersi con la vegetazione. 

Un paesaggio archetipico eletto a utopica immagine identitaria che rivive incessantemente negli occhi. Ogni tela annota una sensazione legata a un preciso istante e a uno stato d’animo: gamme calde e andamenti curvi si alternano a gamme fredde e segni allungati, tensioni verticali interferite da pulviscoli fanno eco a grovigli circolari, ritmi alternati, sovrapposizioni che fanno emergere luci e colori dal buio. Scavo interiore e corpo a corpo con tela e pastello, ogni segno un gesto che testimonia la lunga durata dell’esecuzione. Variazioni su un unico soggetto sempre riproposto, sperimentando le molteplici possibilità di interferenza segno-colore, sfondo-superficie: ogni tela è parte di un’unica grande opera, ideale tessera di un mosaico che si compone e ricompone ogni volta in modo nuovo. Per questa mostra sono stati scelti cinque lavori con tonalità e organizzazioni segniche differenti, allestiti per contrasto in una sequenza inedita che forma un fregio espressamente ideato per una parete dello spazio espositivo.

Un continuo ritornare e ritrovarsi nel gesto elementare del tracciare una linea a mano libera che accomuna l’artista al bambino e ai progenitori della civiltà rupestre di Pantalica che abitavano quella valle e, allo stesso modo, ornavano con rosse decorazioni le tombe dei defunti che ancora costellano le rocce delle gole dell’Anàpo. Un’appartenenza che Macauda rivendica nella sensibilità e nella memoria, mai spenta né affievolita: il senso del luogo, intimo ma  collettivo, nel quale riconoscersi come parte della storia ed esserne parte vivente.

 

Rossella Moratto