FEDERICA PAMIO

Li hai visti anche tu?

 

 

Dal 3 Dicembre al  21 Gennaio 2018                       

Inaugurazione Domenica 3 Dicembre ore 18.00

 

 

 

Può essere, l’ostinazione, un modo di vivere la quotidianità? 

 

Per diversi anni Federica Pamio sale sul treno locale Milano-Varese, e ritorno. Carrozze traballanti, vetri sporchi, il grigiore di un paesaggio di scarto, polvere sotto il tappeto di quella che appare una periferia senza fine: nell’obiettivo di Federica la nebbia che si addensa sui finestrini cala sull’immaginario, lo tinge di tonalità oniriche. In questa dimensione sospesa e atemporale, ecco l’epifania del quotidiano: un gruppo di cerbiatti ricambiano stupiti lo sguardo della macchina fotografica, fugaci e imperscrutabili immagini di sogno. Gli animali compaiono tra fotografie che sono striature di un verde slavato, pellicole di una campagna devastata dove la memoria individuale è chiamata a surrogare una memoria collettiva per la quale ogni naturalità è vietata, se non nella forma dell’utopia o dell’apparizione fantasmatica; quasi delle note musicali, o un codice dalle cadenze misteriose dettate dalla comparsa o dall’assenza degli animali; un contrappunto sullo spartito dei capannoni e dei binari arrugginiti dell’hinterland. Le immagini di Federica scorrono e si susseguono, quasi mimando gli scossoni delle carrozze in marcia sui binari, ma non sembra esserci un linguaggio, una sintassi che le spieghi, che renda conto e preveda le apparizioni che lacerano ogni tanto la pellicola visiva. Sono lì, ogni tanto, e tanto basti (deve bastare): folgorazioni semantiche nel continuum di una sintassi visiva regolare e meccanica, di puro apparato predisposto alla ricezione dell’immagine che si svela. Non ci sono regole alle apparizioni: la loro natura è puramente contingente, non obbedisce ad alcuna necessità e stride con qualsiasi estetica dell’ordine. 

Per questo Federica non si stanca di riprendere e fissare, con Ipad, macchina fotografica o fotocamera, questi momenti di bellezza straniante, intensa ed effimera al contempo. I medium tecnologici cercano, per gusto del paradosso, di fissare l’immediato, quello che Barthes chiamava il Naturale. 

La macchia bianca dei cerbiatti rimane impressa ai margini della retina, tenace come un tarlo che rode la memoria e la costringe a costruire paesaggi incoerenti, storie e utopie di una naturalità che è, paradossalmente, tutta da riconquistare. Un’utopia del tempo più che dello spazio: vive nell’istante dello scatto ma, in questo suo proiettarsi e concentrarsi su un punto, fissa non tanto l’oggetto quanto la sua stessa evanescenza, la sua natura di apparizione effimera, aura di splendore che non trova posto nel paesaggio urbano e nello sfondo percettivo della quotidianità. Non è l’immagine di un Eden perduto e irrecuperabile, ma il sogno di una naturalezza dello sguardo che lotta per ritrovarsi.