Jiggling things

ANDREA MAGARAGGIA / MICHELE GUIDO

 

dal 7 Maggio al 4 Giugno 2017 

 

Surplace inaugura domenica 7 Maggio la mostra Andrea Magaraggia e Michele Guido, con due ricerche individuali che pur intrecciandosi e confrontandosi nell’ortogonalità delle direzioni spaziali si sviluppano attraverso diverse traiettorie.

Michele Guido espande il modulo del pavimento ridisegnando l'idea di un nuovo spazio orizzontale, un tentativo, tra i molti possibili, di creare un giardino; Andrea Magaraggia si confronta invece con la verticalità, con forme enigmatiche richiuse su se stesse che sembrano in attesa di un movimento possibile. Questo intreccio costruisce la “storia” di un giardino probabile, immaginabile, attraversato da forze spaziali e materiche che si dirigono diametralmente. Con l’installazione “Victoria Regia garden project _pied-de-poule _2008/2017”, Guido reinventa l’ambiente partendo da un processo che richiama l’arte topiaria. Le sezioni in gesso dello stelo della pianta acquatica vengono posizionate nello spazio per definire la forma di un giardino incastonato nella geometria del pavimento.

Magaraggia con “Avidya”, resina e ferro, 2017, infonde alla scultura un disegno plastico che nasce dall’interno della forma e racconta di implosione e profondità. Ma racconta anche di lentezza dello sguardo che percorre la superficie alla ricerca di un punto d’appoggio sicuro che non troverà, se non nello slancio proiettivo e originario delle forme nello spazio. La mostra comprende la partecipazione di Luca Pozzi, che su invito degli artisti ha individuato il titolo e l’immagine dell’invito.

 

 

 

Andrea Magaraggia (Valdagno, 1984). Nel 2011 è tra i partecipanti di Solid Void, scuola di approfondimento promossa dal progetto Diogene, con gli editors Gian Antonio Gilli e Roberto Cuoghi. Tra le principali esposizioni personali: Musica per organi caldi, Spazio Sanpaolo Invest di Treviglio 2015; L’ordine spontaneo, project room del Museo MA*GA di Gallarate 2014,;Displace, al MAC di Lissone 2013; It makes me tense, MARS, Milan Artist Run Space, Milano 2012;  Ciò che resta, Unosolo project room, Milano 2011. Ha partecipato a diverse esposizioni collettive, tra cui: Errors Allowed, Mediterranea 16 – Young Artists Biennial, Mole Vanvitelliana, Ancona 2013; Viafarini-in-residence, Milano 2013; 96ma Collettiva Giovani Artisti alla Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia 2012


Michele Guido (Aradeo, 1976). Nel 1999 frequenta il Centro T.A.M. diretto da Eliseo Mattiacci; dal 2001 al 2006 frequenta la Casa degli Artisti di Milano, dove organizza – con Jole de Sanna e Hidetoshi Nagasawa – “Discussione Aperta: il Concetto di MA”. Nel 2011 partecipa al progetto di residenza “Made in Filandia”.

 

Tra le mostre personali: “Stellaria solaris garden project”, Palazzo Comi a Gagliano del Capo, a cura di Lorenzo Madaro, 2016; “Operadelocalizzata garden project” nel museo Carlo Zauli e nel museo MIC di Faenza, 2014; “Il tesoro di atreo garden project”, con Hidetoshi Nagasawa, Galleria Sara Zanin, Roma, 2015. Tra le principali collettive, “Rilevamenti #1” a cura di Aldo Iori e Bruno Corà al Museo Camusac di Cassino, 2016; “La Torre di Babele”, ex Officine Lucchesi di Prato, a cura di Pietro Gaglianò, 2015; “Biennale del disegno. Krobilos”, FAR a Rimini, 2014; “Senza titolo” galleria Lia Rumma, Napoli, 2013; “Botanica” Fondazione Plart Napoli, 2011.

 

 


Testa nel paesaggio

STEFANO PEROLI

dal 26 Marzo al 23 Aprile 2017

 

Stefano Peroli è nato a Milano nel 1958. Dopo molti anni espone cinque quadri in questa mostra, che Luca Scarabelli ha felicemente suggerito di intitolare Testa nel paesaggio.

 

 

Se la verità fosse fuori dalla pittura, preferirei lo stesso rimanere con la pittura…

assistere alla mia sparizione tradotta in concentratissime opere.

Stefano Peroli

 

www.stefanoperoli.com

 


Lamed

MARCELLO TEDESCO

dal 6 febbraio al 19 marzo 2017

a cura di Andrea Lacarpia

 

 L'uomo non possiede la forza con cui costruisce la sua civiltà

M.Scaligero

 

La mostra è sviluppata in collaborazione con Dimora Artica, spazio no profit di Milano.

 

Concentrandosi sugli elementi minimi dell'edilizia e del linguaggio narrativo, Tedesco ritrova gli archetipi primari per delineare una storia alternativa, in cui gli artefatti linguistici che definiscono la realtà contingente vengono rivalutati criticamente.

Nel progetto Lamed, Tedesco presenta una nuova serie di opere in cui costruzione e demolizione convergono nel flusso vitale. Il procedimento adottato da Tedesco per determinare la forma delle opere è quello di sottoporle, una volta edificate, ad un vero e proprio processo di demolizione. È questa forza distruttiva, sapientemente governata, a disgregare il cemento e a piegarne i ferri,  fino a condurre le opere alla loro scheletrica evidenza. Questo processo in apparenza così violento, allude alla lotta che il pensiero fa per raggiungere la sua essenza, un'essenza che disintegra e rimuove qualunque rappresentazione dialettica, per ritrovare infine la sua forma  originaria, dove la materia diventa essenzialmente immateriale.  La linea verticale della colonna, elemento tipico delle opere di Tedesco e paradigma dell'architettura come volontà che si contrappone alla forza di gravità, ora si incurva in ampie volute che rendono organica l'architettura, amplificandola in un’eco che si espande dando corpo al vuoto. I componenti edilizi, tondini di ferro, pietra e conglomerato cementizio, fluttuano nello spazio come animali degli abissi, segnati dai processi di corrosione e produzione della ruggine che, con il suo colore rossastro, evidenzia l'azione del tempo.

 

Dopo aver intrapreso un percorso da regista, Marcello Tedesco (Bologna 1979) ha concentrato il suo lavoro sul rapporto che intercorre fra il linguaggio della narrazione contingente e la cornice trascendente della storia. Le sue sculture si propongono come elementi architettonici, legami materici e strutturali tra ciò che l’oggetto racconta di sé e la realtà astratta che esso genera, giustifica e quindi sostiene.

Tra le mostre principali: 2016 Edicola Radetzky, PAC, a cura di Progetto Città Ideale, Milano. Sophie Von K, a cura di Samuele Menin, Spazio 74/b, Milano. Dryer a cura di Gabriele Tosi, ArtVerona 2015 Base, la Stecca, a cura di Mirko Canesi e Stefano Serusi. 2014 Polarities, AV17 gallery, Vilnius. Drawings from Lightnings, a cura di Laura Santamaria,  Kunstverein Neukölln, Berlino. 2013 Nuova Matrice, Dimora Artica, a cura di Andrea Lacarpia, Milano. 2001 Video.it, a cura di Francesco Poli ed Elena Volpato, San Pietro in Vincoli, Torino.

 


Gli argonauti

JOYKIX

dal 11 Dicembre al 22 Gennaio 2017 

 

a cura di Rossella Moratto

 

Come nasce un’opera d’arte? È una domanda complessa, alla quale non sempre è possibile dare una risposta: un’immagine vista, una notizia letta sui giornali, a volte un suono. Può essere, quasi proustianamente, il rumore del motore entrobordo di un barcone, uno dei tanti che solcano le acque del Mediterraneo con esito incerto a innescare la miccia delle connessioni che trascendono l’evento concreto nella sintesi dell’opera. L’odissea epocale dei contemporanei Argonauti si rinnova, lasciandosi alle spalle la dimensione mitica e spirituale per diventare la metafora del viaggio – quello dei migranti di ogni epoca, passata presente e futura – e della tensione umana verso lo spostamento, spinto dalla necessità della fuga o dal desiderio della scoperta. Un percorso secolarizzato, allo sbaraglio, senza meta. Joykix – scenografo di formazione – traduce queste suggestioni in una messinscena. La nuova narrazione, è restituita nella dimensione ambientale di una maquette teatrale i cui elementi sono nudi indizi, a volte ambigui, di un racconto che non ha un andamento univoco né un finale certo. Un’interpretazione immaginaria che sostituisce alla chiarezza teleologica la contraddittorietà del dubbio. Gli Argonauti, sopravvissuta vestigia della memoria collettiva, sono riproposti in chiave di pura immanenza, rappresentano la condizione umana nel momento di transizione dalla fine della modernità a un presente entropico, come una domanda senza risposta, nella irriducibile tensione verso l’immaginazione di un possibile orizzonte.

 

Joykix, alias Fabrizio Longo, è scenografo e lavora dalla metà degli anni Novanta come progettista di allestimenti.

Parallelamente porta avanti la sua ricerca creativa: attivista della scena underground milanese degli anni Ottanta e Novanta, è tra i fondatori del Virus e dell’Helter Skelter di Milano dove organizza attività culturali, artistiche e performative. Nella metà degli anni Ottanta è autore di pubblicazioni indipendenti, attore di numerose performance in spazi pubblici urbani e antagonisti, compositore di sonorità industriali. In quegli anni lavora a serie fotografiche e video super8 indagando le aree industriali dismesse. È tra gli ideatori della rivista Decoder e della ShaKe Edizioni, per cui crea progetti grafici e fotografici. Dal 2008 si dedica all’arte visiva realizzando progetti che utilizzano fotografia, video e sperimentazioni sulla materia.

 

 


Frodi e fedi

Marco Andrea Magni

dal 23 Ottobre al 30 Novembre 2016


Questa è una mostra che per la prima volta coinvolge i due spazi di Riss(e) e di Surplace, perchè è una mostra sul doppio che agisce nell’intervallo tra due polarità, forse le due facce del lavoro di Marco.

MARCO ANDREA MAGNI:  Frodi e Fedi parla attraverso l’ovvio e l’ottuso avvicinandosi a una critica della verità celata sotto un impero di piccoli segni. Frodi e Fedi sono delle vere e proprie forme di tempo, interpretate in due spazi espositivi attigui ed eterocronici, quello di Riss(e) e quello di Surplace. Il contenitore di Zentrum diventa un passaggio e un vero e proprio dialogo, che parte dall’ascolto reciproco e da felici coincidenze che vedono nell’empatia delle persone e del luogo una vera e propria pratica incarnata.
Ci sono contraddizioni e antinomie (stabili e mobili) nella doppia esposizione di Frodi e Fedi: un momento di ozio-otium (tema molto caro a Ermanno) e uno di negozio-negotium (nella parte di Luca). Da una parte l’intervallo, un momento di pausa per il pensiero, la possibilità del non finito, la dimensione di fucina; dall’altro la negoziazione verso l’altro, la compiutezza, la ricerca di dialogo serrato con lo spettatore. Mi piace ripetere sempre che la misura di tutte le cose è il nostro stare insieme e che le mie mostre sono quasi tutte delle vere e proprie biografie di un incontro. A Zentrum il corpo sa quello che la testa non può dire. La responsabilità incarnata è sempre una questione di empatia e di arte attraverso delle forme di tolleranza e di inquietudine, per ricordarci ancora una vota che il nostro vero capitale è il tempo e la qualità di questo tempo condiviso in uno spazio reciproco. L’intenzione fa la scultura?

ERMANNO CRISTINI: È una mostra per guardare con le parole di Goethe:“Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.

LUCA SCARABELLI: Lo spazio centrale, “en meso”, quello proprio degli eroi, si dissolve a favore dell’interpellazione e della partecipazione. Come una periferia comune di scambio, è spazio di visibilità e mondo dove l’intenzione è presenza e la presenza scultura. Una scultura che è una distanza basata sulla relazione.

ALESSANDRO CASTIGLIONI: Questa mostra mi incuriosisce perchè una mia grande preoccupazione è sempre stata quella di ridiscutere i formati espositivi, forzare i limiti dello spazio e di come pensiamo e di come vediamo ciò che pensiamo.

 
Marco Andrea Magni
Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Frequenta il corso in Arti Visive presso la Fondazione Antonio Ratti a Como curato da Angela Vettese e Giacinto di Pietrantonio, con Richard Nonas. Allo IUAV di Venezia partecipa a seminari di filosofia con Giorgio Agamben, di storia dell’architettura con Roberto Masiero e d’arte visiva con Remo Salvadori.
2016: Grand Hotel, Fuori Quadriennale, Temple University, Roma; Principi di aderenza, Castello Silvestri, Calcio; La Pelle, Officina, Bruxelles; 2015: Families of Objects, Abrons Arts Center, New York; Families of Objects, Réunion, Zurigo; Distances, Galerie See Studio, Parigi; Sur Face, FuoriCampo, Miart, Milano; 2014:, Marco Andrea Magni (con Giovanni Kronenberg), Galleria FuoriCampo, Bruxelles; The Art of Living, Triennale di Milano, Milano. 2013: Poppositions, Brass, Bruxelles; Un luogo aperto, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada, San Gimignano; 2012: Più giovani di così non si poteva, Galleria FuoriCampo, Siena.
 


A collection...

Meghan Boody, Giannetto Bravi, Dario Molinari, Riccardo Paracchini, Carlos Seabra, 

Vera Portatadino, Vittorio Tavernari, Elisa Vladilo

 

dal 25 Settembre al 10 Ottobre 2016

 

Collezionare significa scegliere alcune cose, avvicinarle tra loro e tenerle insieme. È un modo per creare accostamenti e cercare relazioni, per rilevare procedure, riflessioni e affezioni differenti, per valorizzare sensibilità. Collezionare è una forma di presentazione del tempo. La mostra raccoglie una collezione di opere che non è una collezione, ma che potrebbe esserlo.

È un appuntamento.

Una collezione in potenza.

 


Quante parole conosceva Shakespeare?

Antonella Aprile, Marion Baruch, Diana Dorizzi, Federica Pamio

 

dal 26 Giugno al 31 Agosto 2016

 

Si può dare una risposta univoca a questa domanda? Si può contare il repertorio totale delle parole che il Bardo ha usato – alcune conosciute e molte anche inventate –, oppure rispondere con un’altra domanda. Una domanda sempre in ritardo.

In questo progetto espositivo l’interrogativo serve ad accrescere la complessità degli intrecci e delle corrispondenze dei lavori presenti in mostra, le loro significative distanze, ma anche le influenze inclusive e contestuali. Il linguaggio, predisposto alla conoscenza, rimane aperto e visionario, si re-inventa, influenza la formazione del pensiero e la visione. Quante parole conosceva Shakespeare?

Antonella Aprile presenta un disegno preparatorio, testimone dell'entropia di un lavoro. L'idea, che alla sua sorgente è chiara luminosa e illuminante, subisce il filtro di una crescente potenzialità di caos, di disordine, reinventandosi come frammento, scheggia di un processo che si svolge in un altrove.

Marion Baruch predispone un racconto sulla forma che è incontro tra la memoria del lavoro sociale e la gravità. È il già fatto che si rinnova, si tratta di una forma di stoffa bloccata per un momento, una figura semplice costruita con un gesto.

Diana Dorizzi sussurra la sua storia in “silenzio”. Accostando l’orecchio al muro, si ascolta un dialogo continuo che l’artista ha con se stessa, scritto negli ultimi anni in un diario e registrato mentre lei stessa lo rilegge per la prima volta.

Federica Pamio con "Studio per stanza disadorna" attua un dispositivo di traslazione e si immagina una wunderkammer svuotata. Omette il contenuto delle meraviglie raccolte per far emergere il vuoto dello spazio occupato e la memoria dell’ostentazione. È lo stupore a cambiare motivo e segno.

 

Antonella Aprile (Teramo). Nel 2009 viene selezionata per la BJCEM Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo a Skopje. Partecipa a varie residenze: Salzburg International Summer Academy con Dan and Lia Perjovschi; The Real Presence a Belgrado curata da Dobrila Denegri e Biljana Tomic e l'Artist-Residency Frans Masereel Centre (FMC), Kasterlee, Belgio. Espone a Mumbai alla Sakshi Gallery.

Marion Baruch (Timisoara, 1929). Nel 2013 ha esposto al MAMBO di Bologna e al MAMCO di Ginevra. Nel 2014 da Mars, Milano. Nel 2015 al Kunstmuseum di Luzern. Nel 2016 da BolteLang, Zürich. Alla Galleria Otto Zoo di Milano è in corso una sua personale. In autunno sarà presente alla mostra “L’adresse du  Printemps de septembre a Toulouse” curata da Chirstian Bernard. Nel 2017 al Turner Contemporary a Margate (UK).

Diana Dorizzi (Varese, 1986) Si diploma all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano proseguendo anche un percorso formativo di teatro e teatro danza presso il centro di ricerca sperimentale Comuna Baires Milano. Ha partecipato a mostre presso Riss(e),Varese; CRAC Borgo Loreto/sp, Cremona; Hoome gallery, Milano; MIDEC, Laveno; MACZUL Museo de Arte Contemporaneo del Zulia, Venezuela; Spazio 1929 Choisi at a Time, Lugano.

Federica Pamio (Varese, 1986). Nel 2015 è artista in residenza a Madrid con Intercambiador Acart.  Nel 2016 realizza per Riss(e) la performance "FESTUCHE" con Amedeo Martegani. Le sue   mostre recenti si sono svolte alla Fabbrica del Vapore, alla Triennale di Milano, a Madrid presso Espacio Trapézio.

 


Margini complementari

Ronny Faber Dahl

                                                                 

dal 15 Maggio al 12 Giugno 2016 

 

Lievemente la luce rischiara attraverso gocce di pioggia, dalla finestra brilla scivolando in basso nella notte

Ancora, nella notte solo per guidare

Cantieri edili circondano l’interno/esterno delle città di veicoli parcheggiati, abiti abbandonati, striscioni, vegetazione. Il trasporto del ventunesimo secolo, l'auto, trasporta il lavoratore ogni giorno, giorno dopo giorno, conducendolo liberamente al lavoro. Il districamento sembra essere tuttavia correlato all’enorme quantità di tempo libero.
Lo spazio espositivo è utilizzato come una nuova finestra sulla zona circostante, in cui oggetti e fotografie prendono parte a un silenzioso processo di sottrazione. Realizzati in materiale industriale, frammenti di tessuto sono cuciti e poi depositati a terra, piegati, allungati sulla parete, parte di una manipolazione non finita.

 

Ronny Faber Dahl (1987, Norvegia) vive e lavora tra Genova, Italia e Oslo, Norvegia. Ha conseguito il Master in Fine Arts presso l'Accademia di Belle Arti di Oslo, e il Bachelor degree all’Accademia di Belle Arti di Genova, Italia. Ha esposto in gallerie, musei e spazi indipendenti quali: Nowhere Gallery (2016), Milano; SP333 (2011) e Sala Dogana (2013), Genova; Mediterranea 16, Biennale dei Giovani Artisti (BJCEM 2013), Ancona; Dortmund Bodega (2010), Noplace (2013), Kunstnernes Hus (MFA Visualizza 2015), LYNX (2015) Oslo; Galleri Fisk (2014), Bergen; e Kurant, (2012), Tromsø. Dal 2010 è coordinatore dello spazio artist-run 4235, con sede a Genova, Italia.

 


Holy concrete

T-yong Chung

dal 20 Marzo al 1 Maggio 2016

a cura di Rossella Farinotti

 

Il tempo si è fermato. Ma ha già ripreso a trascorrere con il lavoro di T-yong Chung che ha una stretta relazione con la storia e il passato che interagisce con un presente attivo. L’artista utilizza materiali come il gesso o, in questo caso, il cemento. La materia è testimone di una traccia lasciata dall’uomo. E di tracce qui si tratta: nello spazio di Surplace T-yong sviluppa un’installazione attraverso un corpo di opere iniziate nel 2015 dove oggetti d’utilizzo quotidiano indicano il modello per creare raffinate sculture in cemento, il materiale che, solitamente, l’uomo utilizza per riempire.

T-yong crea un’opera installativa unica composta di una selezione di sculture in cemento di piccole e medie dimensioni poste come all’interno del suo studio, con alcuni elementi apparentemente decontestualizzati verso l’esterno, sul pavimento dello spazio. La relazione spazio/tempo che l’artista congela nelle sue sculture viene messa in discussione dal movimento di queste che, come tracce di un passaggio, non riescono a fermarsi, guardando a un futuro. Questi pieni rappresentano impronte di un percorso operativo che l’artista ha sviluppato attraverso la materia colmando dei vuoti attraverso il cemento. Un vuoto che T-yong rappresenta anche graficamente, realizzando tre eleganti disegni dove il vuoto – creato dall’impressione di una forma sul foglio - dialoga con un pieno disegnato in grafite.

Durante l’opening T-yong lascerà un’ulteriore traccia del suo lavoro che prenderà vita grazie all’artista stesso che, attraverso un’azione performativa, fermerà un momento passato racchiudendolo in una cornice. L’artista, in questo modo, lascia un’altra traccia di sé.

 

 T-yong Chung (1977) è nato a Tae-gu, sud Corea. Vive e lavora a Milano.

Ha esposto in gallerie e musei quali OTTOZOO (Milano), MARS (Milano), CAR projects (Bologna), Galerie See Studio Parigi), Triennale di Milano, Space BAR (Taegu), Museo d'arte contemporanea di Lissone, Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), Museo Carlo Zauli (Faenza), Madeinfilandia2013 (Pergine Valdarno), Dolomiti contemporanee (Casso), Spazio Morris (Milano),  Museo della città (Rimini), Officina Italia 2 (Bologna), Fondazione Spinola Banna per l'arte (Torino), Piazza San Marco Gallery (Venezia), C.A.R.S (Omegna), Galleria civica d'arte contemporanea (Trento), Galleria comunale d'arte contemporanea (Monfalcone), C/O Care of (Milano), Vianuova (Firenze), AR/GE Kunst (Bolzano), Neon (Bologna).


Paradosso

FRANCESCO CARONE

dal 7 Febbraio al 12 Marzo 2016

 

Non c'è segreto che non sia apparente.

Un segreto non apparente, di cui nessuno si possa accorgere, non è un segreto perché, nascosto, non potrà generare curiosità alcuna; e di certo sappiamo che non esiste segreto che non renda curiosi. Un segreto non apparente è quindi un 'segreto segreto' e lo si potrebbe definire come l'impossibilità di sapere che esiste qualcosa (un segreto) che ci renderebbe curiosi se solo sapessimo della sua esistenza: in conclusione un 'non segreto'. Qualcosa che ha più a che fare con l'inconsapevolezza, con l'incoscienza, con qualcosa cioè di sconosciutoMa segreto e sconosciuto non sono affatto la stessa cosa...è scontato che un segreto, per esistere, debba essere conosciuto da qualcuno, almeno da colui che lo conserverà mantenendolo appunto segreto e che potenzialmente potrebbe svelarlo.

Quando invece diciamo 'sconosciuto', ci dovremmo riferire a qualcosa di completamente astratto, a qualcosa di cui nessuno può conoscere l'aspetto, il contenuto, l'entità; qualcosa di cui tutti ignorano l'esistenza. Ci riferiamo a qualcosa di cui addirittura coloro che per primi ne parlano (qui sta il paradosso) ignorano e non possono conoscere. Basterà infatti che anche una sola persona lo 'conosca' -ecco la differenza con il segreto- per far si che non sia più realmente e totalmente sconosciuto. Nella nostra società vige un sistema per cui le cose sono reali, o per meglio dire esistono, solo in funzione della loro possibilità di esser definite, raccontate, spiegate. Ma come può esser possibile definire e spiegare qualcosa che nessuno conosce? Chi la potrà spiegare a chi, senza essere bugiardo o paradossale? Non ha nessun senso (e per di più è impossibile) definire ciò di cui, non solo non sappiamo nulla, ma di cui neppure conosciamo l'esistenza.   Possiamo quindi azzardarci nel dire che le cose sconosciute non esistono.

 

Esistono stelle sconosciute?         

Esistono quindi stelle che non esistono.         

 

La mia attrazione per loro rimarrà ancora una volta un segreto.         

 

 

Francesco Carone (Siena 1975) lavora principalmente con la scultura e la grafica.

È ideatore di Tempo Zulu, progetto con cui da anni invita artisti e operatori culturali italiani ed internazionali a lasciare un contributo permanente sulle pietre della pavimentazione delle vie di Siena.

Dal 2012 collabora all'organizzazione di Made in Filandia. Nel 2014 ha dato inizio a TITOLO l'edito inedito, opera/mostra/biblioteca suddivisa in dieci 'capitoli' e per il momento giunta al terzo. Il 13 Febbraio 2016 inaugurerà a Siena Museo d'Inverno, uno spazio per l'arte a programmazione stagionale, ideato e diretto insieme ad Eugenia Vanni.

 


Meglio sul proprio culo che sui piedi (Buffoli VS Breviario)

GIUSEPPE BUFFOLI

dal 20 dicembre al 24 Gennaio 2016

 

Gli incontri nascono da affinità elettive, le stesse che legano gli elementi chimici in natura. Sono però affinità più leggere che sottendono legami celati, pensieri comuni, affetti e prossimità che, a prima vista, possono sembrare apparentemente incongrue. Lo stesso accade per le opere d’arte. Così un disegno lieve e quasi impercettibile incontra una scultura in bilico e diventandone inaspettatamente il fattore essenziale della sua momentanea stabilità. Come sul palcoscenico di una commedia dell’assurdo, il tavolo-scultura di Giuseppe Buffoli, che ha perso la sua funzione trasformandosi in macchina celibe e precaria, si protende come un ponte nello spazio verso un disegno ermetico di Sergio Breviario la cui cornice diventa contrappeso che bilancia il tutto: i due oggetti estranei si compensano, arrivando alla stabilità meccanica, nuova configurazione di una convivenza armonica e asimmetrica che sembra contraddire il buonsenso.

Ma una live variazione della massa e del peso altera l’equilibrio delicato e la sproporzione causa la caduta del piano dal suo unico cavalletto.

La scultura, tutt’altro che eterna, è metafora della precarietà e del caso: ha in sé il principio della sua distruzione mentre il suo ideale equilibrio implica il suo fallimento. La scommessa è solo sulla durata, mentre il volto disegnato, uno e molteplice che si offre nelle sue diverse prospettive incurante del tempo, resta a guardare.  (Rossella Moratto)

 

Nato a Chiari (BS) nel1979. Ha frequentato il corso di Scultura, presso l'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove si è diplomato nel 2003. Nell'estate 2007 partecipa al corso d'eccellenza T.A.M. (trattamento artistico dei metalli). Nel 2002 ottiene, con l'incisione Soprasotto, un premio all'XI Salon Primo. Nel 2009 realizza una scultura permanente per la nuova sezione didattica nel Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Tra il mese di dicembre 2009 e gennaio 2010 prende parte alla residenza internazionale per artisti Harlem Studio Fellowship by Montrasio Arte a New York (U.S.A.) dove presenta la mostra Suspended. Vive e lavora a Milano.

 


CARLO BUZZI

dal 11 Ottobre al 29 Novembre 2015

 

Carlo Buzzi presenta l'operazione The Scream, originariamente presentata in otto maxi affissioni nella città di Milano nel Gennaio del 2015. L’operazione consiste in una rilettura dell'Urlo di Edward Munch. Qui Buzzi (è attore nei suoi lavori) si è ritratto mentre mima il famoso urlo. È importante nel suo processo di lavoro anche la fase della successiva formalizzazione e documentazione dell'operazione stessa, procedura realizzata con medoto e rigorosità archivistica. Accanto alla maxi affissione del soggetto replicata al chiuso in galleria, saranno esposte le copie identiche 1, 2 e 3 di una delle fotografie scelte e appunto formalizzate e il catalogo dell’operazione The  Scream, che completa assieme al ricco sito web personale, il sistema operativo e la prassi comunicativa di Buzzi.

 Conosciuto per i suoi interventi di public art nel contesto urbano, nelle sue operazioni nel territorio urbano si serve degli strumenti propri della comunicazione pubblicitaria utilizzando come medium privilegiato  il comune poster tipografico. L’affissione è composta di solito da un significativo numero di manifesti con lo stesso soggetto presentati  in pubblica affissione, quindi l’operazione è documentata fotograficamente. Il lavoro in seguito è formalizzato con la produzione di un numero limitato di “quadri” composti da riproduzioni fotografiche delle affissioni o dagli stessi manifesti “strappati”.


WHITE ALBUM

dal 13 Settembre al 4 Ottobre 2015

 

Cesare Biratoni, Oppy De Bernardo, Serena Fineschi, Daniele Giunta, Giulio Lacchini,

Marco Andrea Magni, Samuele Menin, Stefano Peroli, Alessandro Traina.

 

Il colore bianco e le sue declinazioni sensoriali sono il pretesto per riunire in questa mostra il lavoro di alcuni artisti che in qualche modo si sono confrontati con il non colore del bianco e altri che sono stati invitati a sperimentare per la prima volta un dialogo con la sua bianchezza senza colore, ma anche con tutte le lunghezze d’onda della luce presenti nel bianco e le sue declinazioni.

Cosa fa pensare alla sua determinazione ad essere un grande vuoto? Ad essere superficie? La bianchezza nasconde qualcosa? Dove inizia o dove finisce il bianco?

Guardandosi alle spalle, sullo sfondo troviamo la copertina dell’album del 1967 dei Beatles, i white paintings del 1951 di Rauschenberg, i tagli di Fontana su tela bianca,  l’ambiente bianco di Castellani, michette bianche e cotone bianco, e ancora la mostra vitalità del negativo del 1970,  la bandiera bianca di Mauri, le sculture di zucchero di Kovanda, le velature dei veli bianchi di Memling, il fondo bianco del quadrato nero di Malevic del 1915, i neon di luce bianca di Flavin, le righe bianche che separano le righe colorate di Buren, e molto altro ancora, compresa la neve, le strisce bianche sulle strade,  la “bianchitudine” e la cultura, con i suoi modi di vedere che condizionano il bianco più che la luce stessa.

 

 


It's not a fight, it's not a race

PIERLUIGI FRESIA

dal 28 Giugno al 31 Luglio 2015

 

Pierluigi Fresia è un artista che si avvina molto al lirismo della poesia, una poesia che incrocia immagini silenti e parole scelte con estrema cura.  I suoi lavori non sono semplicemente composti di fotografie e parole in libertà. C’è un forte rapporto tra le due possibilità espressive, un intreccio di senso e di rafforzamento, come se una cosa richiamasse sempre l’altra. L’immagine non è mai muta, le parole sono immaginifiche, e metterle insieme, accordarle, è per Fresia predisporre un ricco apporto di senso alle cose che cadono sotto il suo sguardo. E poi c’è la fotografia, il suo media privilegiato (assieme al disegno), che è sempre evocatrice di storie, come quando l’attenzione è posta su luoghi lontani, lande desolate o boschi silenziosi dove sempre qualche albero cade. L’esistenza si sente, sono luoghi dove la vita gira sempre attorno alle cose, sfiorandole, e quel suono, anche se non presenti, lo sentiamo. Fresia ci fa sentire quel suono, con le immagini. Occorre predisporsi così a un’osservazione silenziosa, assorta, per farsi rapire estaticamente. Se per Benjamin l’aura s’è persa con la riproducibilità, la forza delle immagini e delle parole scelte da Fresia, la rimette al suo posto.

La mostra che presenta da Surplace, è caratterizzata anche dalla presenza di un’opera di Fabio Mauri, accolta da Fresia nel suo progetto, per le ricche suggestioni che ha dato allo sviluppo delle sue ricerche.

 

Io trovo il mondo inverosimile, proprio perché c’è la morte.

Noi siamo tutti qui, tranquilli e… c’è la m-o-r-t-e !!!

La morte è la rottura di ogni tracciato lungo…”

Fabio Mauri

 

Come uno schiaffo improvviso qualcuno o qualcosa ci pone un limite invalicabile, una linea tra l'essere e il non più essere, netta,  della quale non conosciamo, se non forse per approssimazione l'ubicazione topografica sulla mappa del nostro esistere,  nonostante su questa mappa noi tutti si faccia ogni istante cieco  affidamento, esiste poi la possibilità di tracciare  noi stessi tale  netta demarcazione, questa però è un'altra storia…

Ma al di qua di quel limite abbiamo solo un puro concetto,  mancante  di quel carattere fondamentale e  fondante che è l'esperienza diretta, cosa che ci consentirebbe di portare la di lui testimonianza altrove.  Ma oltre questo, cosa diavolo ha a che fare il linguaggio artistico con tutto ciò cosa può aggiungere a un qualcosa che  sostanza non ha, in quanto umanamente (nello spazio vitale) impercettibile, impraticabile?

Forse nulla… dunque TUTTO.

Pierluigi Fresia

Si ringrazia Liliana Dematteis per la gentile e amichevole collaborazione.

 

Pierluigi Fresia, 1962, Asti.

Galleria Martano, Torino;Galleria Milano, Milano; Galleria Studio G7, Bologna; Esso Gallery, New York; galleria Il Ponte Firenze; Mara Coccia, Roma; Galleria Leonardi V-Idea, Genova; Artissima, Torino; Mi Art, Milano ; MIA, Milano; ARCO Madrid; Fotografia Europea, Reggio Emilia. Sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private tra le quali GAM. Torino e MART, Rovereto, AIAP Fondo Mario Piazza, Milano.


the Grand Tour

CARLOS SEABRA

dal 16  Maggio al 21 Giugno 2015                                                                                

 

 

Carlos Seabra dipinge e disegna persone, paesaggi, oggetti, utilizzando come riferimento le immagini dei mass media, le immagini del vissuto privato e quelle dell’album di famiglia.  Per Seabra il qui e ora affonda le radici nella memoria personale e collettiva e il tempo delle immagini è articolato a quello della storia. Usa queste fonti perché semplicemente sono immediatamente a portata di mano e  il mezzo più facile e diretto per ottenere le rappresentazioni di ciò che gli serve per sviluppare, con una pratica ossessiva, costante e quotidiana, disegni e pitture (come quelli presentati in questa sua prima mostra italiana), immagini concrete di res gestae.  Tra i motivi d’interesse, l’indagine dei processi in cui l'evoluzione dell'economia del mercato globale, è fattore di trasformazione sociale e sottomissione alle leggi dell’accumulazione, e l’attenzione per le dinamiche economiche coercitive che colpiscono le persone, o ancora gli sviluppi sotterranei delle macchine di potere che ristabiliscono l’ordine e il comando attraverso la manipolazione dei sensi e degli affetti.  Il grand tour è visto perciò come una pratica di marketing moderno.

  

Ora tutti in viaggio: turisti, colletti bianchi come ingegneri ambientali, i migranti in un treno sulla strada per il Messico, operai edili in un furgone, africani in piccole imbarcazioni, calciatori e tennisti, studenti e scienziati, russi in pensione, rifugiati di guerra, miliardari californiani in aerei privati, i sapientoni dell’arte contemporanea sulla strada per la biennale e filippini sulla strada per Dubai. Il paesaggio coperto da questi e altri viaggiatori, è ora una cacofonica, un disordine caotico, un lavoro postmoderno creato da un capitalismo imperioso con i suoi accostamenti di focolai in spasmodica costruzione e distruzione, mentre il capitale cerca il plusvalore come un missile guidato. Quando raggiunge il bersaglio, l'esplosione ci colpisce. Le vittime sono persone di diversi paesi e culture che s’incrociano senza guardare e senza capire nulla.

Ora vado in Italia per incontrare i miei amici.

Carlos Seabra

 

Carlos Seabra, 1970, Aveiro, Portogallo.

Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali e collettive alla Galeria Braço de Prata, Lisboa; Casa Municipal da Cultura, Coimbra; CAE, Figueira da Foz; Má Arte, Aveiro; Laboratório Galeria, Évora; Galeria Sete, Coimbra; Biblioteca Municipal Rocha Peixoto, Póvoa do Varzim; Casa da Avenida, Setúbal.

Nel 2008 fonda lo spazio espositivo Galeria Mà Arte ad Aveiro. Formata da un collettivo di artisti, mira allo sviluppo, alla conoscenza e alla diffusione dell'arte contemporanea, in particolare nel campo della pittura, con aperture che si estendono ad altri ambiti di ricerca.

 


Reinhardt

MICHELE LOMBARDELLI

dal 15 Marzo al 30 Aprile 2015

 

Il lavoro di Michele Lombardelli si caratterizza per una costante contaminazione tra i linguaggi visivi e sonori all'interno di una poetica che tocca l'assurdo, il non finito, l'irrisolto e l'obverso. In quest’occasione espositiva presenta opere incentrate sull’uso “medianico” del colore nero, ormai una tradizione consolidata nella sua pratica,  opere in cui la realtà delle cose è resa sfuggevole  e distante.  Il progetto espositivo prevede il dialogo con una presenza del passato, un’opera dell’artista americano Ad Reinhardt, conosciuto per i suoi “Black paintings” in cui il colore nero è un raffinatissimo evento visivo, composto di lievi e minime sfumature, opere che aprono uno scarto sul senso del vedere, su un vedere che assomiglia ad un sentire.

Ad Reinhardt, silkscreen. Printed in Germany by Siebdruck Michel of Dusseldorf and published in Amsterdam in 1972 for inclusion as a special loose insert with the catalogue for the Ad Reinhardt exhibition at the Stadtische Kunsthalle of Dusseldorf, Germany. The exhibition was held for one month (September 1972 to October 1972). Image size: 7 1/2 x 7 1/2 inches (190 x 190 mm).

Questo perché questi neri, non sono solo dei neri, ma oscuri coni d’ombra della pittura,  e come per  l’opera di Michele  Lombardelli, esperienze sensoriali per cui negativo e positivo si mescolano e l’orizzonte relazionale con il conosciuto si spegne.

 

Il Nero nella tradizione occidentale è Saturno fra i pianeti, il capricorno e l'acquario nei segni zodiacali, dicembre e gennaio fra i mesi, il venerdì fra i giorni della settimana, il diamante fra le pietre preziose, la terra fra gli elementi, l'inverno fra le stagioni, la decrepitezza sino alla morte fra le età dell'uomo, il melanconico fra i temperamenti, l'uno fra i numeri e il ferro fra i metalli.

Michele Lombardelli

 

 

Adolph Dietrich Friedrich Reinhardt noto come Ad Reinhardt (Buffalo 24 Dicembre 1913 – NY 30 Agosto 1967)

Michele Lombardelli (Cremona, 22 Dicembre 1968) è artista, musicista, editore. È autore di importanti libri d'artista pubblicati ed esposti da istituzioni quali la Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma; Casa del Mantegna, Mantova; Musée Cantonal Des Beaux Arts, Lausanne; Museo MA*GA, Gallarate; La Triennale, Milano. Tra queste pubblicazioni si ricordano:  A voice comes to one in the dark, monografia edita Sputnik Edition, Bratislava nel 2010; Generale, progetto realizzato insieme a Vincenzo Cabiati, Armin Linke, Amedeo Martegani, Luigi Presicce ed edito da A+M Bookstore nel 2011. Inoltre dal 2003 cura con Paul Vangelisti Poets & Artists Books, prima collana edita in Italia dedicata dalla poesia californiana. Nel 2009 pubblica il suo primo disco solista “Broken Guitars” distribuito da Soundohm. È del 2014 il progetto sonoro “Untitled noise” condiviso con Luca Scarabelli. Tra le mostre personali ricordiamo quelle presso la Sala delle Colonne, Corbetta, Milano; MOT International, London;  AMT| Torri & Geminian, Milano; Bonelli Contemporary, Los Angeles;  A+Mbookstore, Milano; O’, Milano. Hanno inoltre ospitato il suo lavoro:  Assab One, Milano; CeSAC, Caraglio; Chateau de Chillon, Montreaux.

 


24 ore su 24

LUCA PANCRAZZI

dal 18 Gennaio al 28 Febbraio 2015

 

Ventiquattro ore su ventiquattro la realtà militarizza tutta la mia attenzione protesa alla ricerca e alla costruzione di un’opera frontale e dichiarante, la più semplice e coerente, e che non sfugga per le tangenti e per i bordi, che non scarti di fianco, che non pieghi a destra od a sinistra, che non somigli ad opere già viste od a ricerche già provate, che non scivoli verso il pavimento o verso gli angoli, che non sia frutto solo di errori, di sviste, di cadute o di deboli tentativi, che non assembli scarti di produzioni industriali, che non tenti di somigliare a un design antifunzionale, che non impoverisca la realtà, che non modifichi senza costruire, che non sia solo artigianale, che non rifiuti il segno, che non sia solo didascalica, che non sia anche solo educativa e che non abbia bisogno di una storia sociale per giustificarsi, che non sia solo fotogenica, che sia frutto della mia mano, occhio, mente.

Filandia 2014/15

Luca Pancrazzi

 

Spazio grande, la nebulosa Pancrazzi si espande; spazio piccolo, si concentra. Dopo l’ultima mostra nelle grandi stanze di Assab One, a Milano, in cui ha esposto decine di progetti, oggetti, disegni, diapositive, ritagli, che restituivano l’“atlante” del suo lavoro, una mostra ora che condensa in tre opere il nucleo del suo pensiero, per esporlo in modo diretto, affermativo, frontale, come scrive egli stesso.

24 ore su 24è la continuità del tempo, il senso della presenza e insieme dell’apertura; il timbro Occhio Mano Mente è la sua punteggiatura, puntualità, interruzione, istantaneità, ma anche moltiplicazione e disseminazione; Error è l’errore come matrice del loro rapporto, di ogni rapporto, la differenza, fosse pure minima, appena leggibile, che invita alla sottigliezza della visione e del pensiero.

Esprimendole in tecniche per molti aspetti ormai obsolete – scritta in ceramica, pittura e timbro –, sostituite oggi da corrispettivi tecnologici più aggiornati, Pancrazzi sottolinea che il senso sta per lui altrove: nella forma, che, a sua volta “circolare” – ciò che leggo in ognuna di queste opere è la forma stessa di ciò che vedo –, lungi dall’essere tautologica è invece vertiginosa, ci introduce cioè in una riflessione senza fine.

La circolarità del timbro è dunque la chiave: in realtà anche 24 ore su 24 è un cerchio, quello della giornata che ricomincia dopo ogni 24 ore, e il rosso su rosso dell’Error anche; ma al tempo stesso: perché 24 ore? Ovvero, mentre affermo una continuità, lo faccio suddividendola in unità discrete. E qual è l’errore in ciò che vedo? La scritta? Il fondo? La loro differenza? La risposta sta nella scritta del timbro, nella circolarità che vuole tenere insieme occhio, mano e mente, insomma nell’arte, una certa pratica dell’arte che ostinatamente si afferma come pratica specifica di questo legame.

Pancrazzi lo ribadisce con un certo piglio polemico di fronte ad altre pratiche artistiche attuali, ma in realtà di sempre, che giustificandosi per contenuti e modalità esterne rischiano di perdere questo nucleo e di diventare esercizi applicativi; noi, al suo fianco, appoggiandogli ancora una volta la testa sulla spalla, raccogliamo il suo come un invito a verificare che il rischio sia reale, e a nostra volta per rilanciare che la perdita non coinvolga anche la vertigine.

Elio Grazioli

 

Luca Pancrazzi nasce a Figline Valdarno (Firenze) nel 1961.

Dagli anni Novanta è autore di una ricerca basata sull’analisi del medium artistico, sulle sue ramificazioni, sulle possibilità creative dell’errore e dell’uso composito di tecniche e materiali. Lo spazio metropolitano e il paesaggio, nella loro continuità con lo sguardo antropico che li definisce, sono i temi trattati con più assiduità. Si esprime attraverso la pittura, il disegno, la fotografia, l’installazione ambientale, la scultura, azioni in condivisione con altri artisti e progetti editoriali.

Tra i progetti di collaborazione che lo vedono tra i fondatori ricordiamo: Importé d’Italie (1982), ABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVWXYZ (1993) e, dal 2010, Madeinfilandia.

Dal 1996 viene invitato a partecipare ad una serie di esposizioni internazionali tra cui la Biennale di Venezia (1997), la Triennale di New Dehli (1997), Biennal of Cetinje (1997), Triennale di Vilnius (2000), Biennal of Valencia (2001), Moscow Biennal of Contemporary Art (2007), Quadriennale di Roma (2008). Alcune tra i numerosi spazi pubblici che hanno presentato il suo lavoro: Whitney Museum of American Art at Champion (1998), P.S.1 Contemporary Art Center (1999), Galleria Civica di Modena (1999), Museo Marino Marini (2000), Palazzo delle Papesse (2001), Museo Revoltella (2001), Galerie Lenbachhaus und Kunstbau (2001), GAMEC (2001), Museo Cantonale d’Arte di Lugano (2002), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci (2002), Zentrum Fur Kunst und Medientechnologie (2003), PAC (2004), MAN (2004), MART Trento e Rovereto (2005), MAMbo (2006), Macro (2007), Vietnam National Museum of Fine Arts (2007), Fondazione Pomodoro (2010), Museo per Bambini  di Siena (2010).

 


In buone mani

Armida Gandini

dal 14 Dicembre al 10 Gennaio 2015

 

Il lavoro di Armida Gandini ruota da sempre intorno al tema dell'identità -  nella relazione con l'altro e con il mondo -  e attinge a molti ambiti della cultura, dal cinema alla letteratura. Con un'attenzione particolare ai caratteri, all'uomo, ai suoi gesti e alle sue reazioni. Per l'occasione espone la prima fase del progetto In buone mani (work in progress), una serie di 7  fotografie nelle quali rende omaggio agli uomini importanti per la sua formazione con il semplice gesto di una carezza.

 

Con  Siamo i nostri incontri ho realizzato un lavoro coinvolgendo le donne della mia vita. Ho sentito poi l'esigenza di individuare alcune figure maschili che sono state importanti punti di riferimento per il bene che mi hanno manifestato. In buone mani è un progetto iniziato nel 2013 con l'immagine di mio papà e che continua cercando nella realtà quotidiana dei mentori, incontrati concretamente  nella mia esperienza di vita. Nell'epoca dell'evaporazione del padre (Massimo Recalcati), ho avvertito il bisogno di elaborare un percorso sull'importanza delle figure dei padri, sull'arte che attinge all'arte, sul dialogo con i propri maestri e sulla gratitudine.  Le mani del titolo non sono solo le mie che accarezzano, ma soprattutto quelle delle persone che ho scelto come figure guida e alle quali mi affido.
Come diceva Jean Cocteau mi sento Un uccello che canta nel suo albero genealogico.
Armida Gandini

 

Armida Gandini (Brescia, 1968)
Da sempre il tema dell’identità è al centro dell'indagine di Armida Gandini e occupa un posto di primo piano nei suoi lavori, che si sviluppano mediante linguaggi diversi come la fotografia, il disegno, l’installazione e il video.
Le sue opere sono state presentate in gallerie e istituzioni pubbliche come  Pianissimo Contemporary Art (Milano), Fabio Paris artgallery (Brescia), 41 artecontemporanea (Torino), l’Ozio (Amsterdam), Galerie KOMA  (Mons),  Galeria Mà Arte (Aveiro), Art Centre della Silpakorn University  (Bangkok), Mart (Rovereto), Biennale di video fotografia
(Alessandria).  Sono presenti in alcune collezioni private e pubbliche tra cui la Fondazione Boccaccio (Certaldo), Premio Combat (Livorno),  MAC (Lissone), Premio Gallarate, Museo MAGA, Gallarate.

 


Money, Money, Money

VLADIMIR HAVLIK - GIANCARLO NORESE

dal 16 Novembre al 10 Dicembre 2014

 

Una mostra composta da due opere, una per artista, per un dialogo e una riflessione attorno alle dinamiche della relazione con il denaro, attraverso una metodologia “impositiva” che parte dalla commissione di un lavoro ad uno degli artisti (Norese): la produzione di un’opera con il budget di 10 euro. Un pensiero attorno al senso ultimo del denaro, alla sua dematerializzazione, alla sua scomparsa, rappresentato come forza capace di costruire i desideri, ma anche di portare al collasso e verso l’astrazione, i rapporti interpersonali e comunitari.

 

Il titolo “Art is Money” si riferisce a un mondo dell'arte in cui tutto ciò che nasce o viene classificato come arte può velocemente trasformarsi in merce. Il divario tra arte e denaro quasi viene a scomparire...
Vladimír Havlík

 

Così come sono necessarie lingue diverse per dire propriamente cose diverse, ci sono denari diversi per comprare beni diversi. Credo che stiamo vivendo un’epoca speciale, in cui possiamo ancora decidere (per l’ultima volta?), il destino delle cose e “come vogliamo vivere”.
“Denaro” e “lavoro” sono parole che non sono più uguali a sé stesse, sono soggetti paralleli che occupano lo stesso spazio fisico, in dimensioni diverse, in universi coincidenti (…) Considero la morte del denaro come uno spostamento di “universo”, come un tunnel tra l’Ade e Second Life, tra lavoro morto e lavoro vivo, tra rifiuto del lavoro, lavoro come forma di schiavitù e pensiero come forma di lavoro.
Se la valuta si è dematerializzata, se l’economia si è finanziarizzata, perché il mondo dei viventi dovrebbe essere diverso da quello dell’isola dei morti?
Giancarlo Norese

 

Vladimír Havlík, Nové Město na Moravě, Czech Republic, 1959. 

Nel 2006 ha avuto una grande mostra retrospettiva a Olomouc e Brno in cui quasi tutta la sua produzione è stata rappresentata. Tra le mostre recenti: Galerie Keller (Olomouc), Galeria Zejście (Krakow -PL), Galerie Parallel, (Praha), Kiehle Visual Art Centrum, SCSU (Minnesota- USA), Center for Performing Arts, Waren, (Michigan, USA), Galerie Open (Bratislava).

http://www.artlist.cz

 

Giancarlo Norese 

Tra i fondatori del Progetto Oreste e l’editor delle sue pubblicazioni, sin da metà degli anni Ottanta è stato partecipe di pratiche collaborative con altri artisti e con istituzioni, di azioni pubbliche, di progetti editoriali applicati all’arte.  Ha esposto in gallerie e musei quali Villa Medici (Roma), Neon (Bologna), la 42ª e la 48ª Biennale di Venezia (1986, 1999), P.S.1 (New York), Galerija Škuc (Lubiana), Continua (San Gimignano), Viafarini (Milano), Performa07 (New York), Tent (Rotterdam), MAMM (Mosca), Kunsthalle Marcel Duchamp (Cully). Recentemente è stato artist-in-residence a Red Gate (Pechino) e all’ASU Art Museum (Phoenix).